le barbe della Gioconda

Copiare è un diritto

Questo mio scritto - il suo titolo - sono allo stesso tempo una provocazione e un invito a considerare la realtà umana da un'angolazione differente: sono uno strumento per condividere una visione culturale ed etica possibile con riguardo alla necessità umana di costruire senso e socievolezza.

Scriverlo significa mettere tra parentesi il postulato benpensante che "copiare è un male" e seguire invece la logica della contrapposizione, un campo nel quale molte volte si collocano specialmente le persone adolescenti e le giovani per cogliere l'opportunità di altre vedute concettuali possibili, prospettive altre tali da offrire differenti possibilità di cammino per cui transitare.

Dubitare che copiare sia un male non significa accettare "qualunque cosa", né tantomeno volere conciliare il bene e il male in una falsa interpretazione di armonia umana. No.
L'intenzione è piuttosto quella di mettere a fuoco una pratica - e non un atteggiamento di vita - sociale spurgandola dalle sue connotazioni demonizzatrici.

Se vogliamo studiare questa pratica sociale bisogna scrostarla e ripulirla dalle sue componenti tossiche e negative (depositi storici e culturali) per restituirle tutta la dignità di un'azione legittima e - in quanto tale - impunibile.
In questo senso allora possiamo considerarla una strategia semplice e preziosa per apprendere e crescere.

Assumiamo come principio il valore di comprendere tutte le valenze di questa azione: la possibilità delle sinergie, dell'incontro di punti di vista differenti, della coincidenza delle opinioni, della ripetizione che riformula l'idea, l'atteggiamento, il sentire, la proposta.
Vedremo allora che il risultato che emerge risulta brillare come nuovo. Cosa che di fatto succede puntualmente quando nell'individuo si mette naturalmente in moto la sua energia creativa spontanea, anche qualora esista un risultato "altro" precedente.

La copia può costituire un punto di partenza, un momento di ispirazione e/o apprendimento: un impulso di energia che permette di rompere inerzie paralizzanti.
Dunque un atto ben lontano dal fine di ottenere vantaggi e benefici senza impegno.

Affermare che "copiare un diritto" vuol dire scommettere sul valore di una visione delle cose diversa; significa assumere una postura disobbediente e ribelle di ricerca per la crescita umana sociale ed educativa.

Sostenere il diritto a copiare porta a sfatare un mito e una paura che ci sono state imposte socialmente e appiccicate religiosamente.
La copia pura non esiste: c'è sempre un di più, tangibile o intangibile, incorporato in essa da chi ha copiato.
Se rendiamo visibile e cosciente questo di più soggettivo allora possiamo riscattare il valore positivo dell'atto del copiare: quello di "appropriarsi" e "deformare" ciò che si è appreso per usarlo incorporando nella copia ciò che si vuole aggiungere o modificare.

Da questo principio deriva che possiamo copiare qualcosa di quello che succede nell'atto del giocare per trasportarlo a quello che succede quando si dà l'incontro educativo tra educand@ ed educator@.

Ariel Castelo Scelza
(Testo tradotto da Tina Nastasi)
Roma, 2 giugno 2016